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Ricerca interiore o sguardo sul paesaggio?

Tra le molte letture e ricostruzioni che conosciamo forse nessuno aveva ancora provato a leggere progettualmente questa architettura dal punto di vista del suo rapporto con il paesaggio, il luogo e la luce.

La vicenda di Palazzo Te si svolge nel confronto con il luogo che abita e nel tempo che vive.

Questa architettura riesce a trasmettere emozioni inquiete sempre differenti che derivano dall’esperienza dell’autore e della committenza, dalla sua vicenda insediativa e da questa luce, quella della pianura padana, che ne caratterizza la percezione in maniera unica.

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La luce: elemento fondamentale e condizionante per il progetto di Architettura

Il sopralluogo sull’isola del Tejetum di Giulio Romano con il Marchese di Mantova è ben documentato da Vasari nel 1550:

“… e se n’andarono fuori della porta di San Bastiano, lontano un tiro di balestra, dove sua Eccellenza aveva un luogo, e certe stalle, chiamato il Te […], arrivati, il Marchese disse che avrebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare, e ridursi tal volta a desinare, o a cena per ispasso.”

Mantova, capitale rinascimentale di primo livello è un’ isola protetta dal punto di vista militare e politico.
Dopo i lavori idraulici duecenteschi, grazie al governo dei bacini lacustri del Mincio, diviene luogo di rifugio e sperimentazione per artisti e intellettuali.

Governata dai Gonzaga,  la città attira figure in grado di avviare il prestigio culturale che la rende unica.

Pisanello, Filippo Brunelleschi, Luciano Laurana, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna portano a compimento, grazie alle loro opere, la ridefinizione dell’identità artistica e urbana della “nuova città”.

Nato a Roma, Giulio di Piero Pippi de’Iannuzzi, detto Romano, cresce e si afferma  a contatto con l’antica bellezza della città, dove, fin da ragazzo, assimila in maniera spontanea i riflessi sentimentali e il senso materico della rovina romana.

Nel ruolo di principale collaboratore di Raffaello, assiste col suo operato alle grandi imprese pittoriche per Villa Farnesina e le Stanze Vaticane.

Dopo la prematura scomparsa del Maestro avvenuta nel 1520, Giulio eredita la bottega e le numerose commissioni.

Ricordati anche da Vasari nel suo “Vite”, i viaggi di Giulio a Pozzuoli, Napoli e Campagna saranno l’occasione che lo influenzerà ulteriormente ad attingere ai modelli classici della cultura greca e latina. Qui, riprenderà ed approfondirà i cardini fondamentali del suo futuro lessico pittorico sulla rovina. A partire dal 1524, invitato da Baldassarre Castiglione come artista di corte, raggiungerà Mantova, in fuga dall’imminente sacco di Roma, portandovi la recente esperienza romana della terza maniera acquisita nella bottega di Raffaello.

A quel tempo, la città era protetta dai laghi e dalle mura oltre le quali sorgeva l’isola del Te. Per raggiungerlo dalla città, oltrepassando Porta Pusterla, avremmo attraversato un lungo ponte e raggiunto il Tejetum.

2Particolare dei fronti architettonici

Il luogo si presentava rigogliosamente verde, circondato dall’acqua e dalla campagna padana apparentemente senza limiti. Oasi lontana dalle questioni di corte, divenne luogo ideale per la riflessione, il ritiro spirituale dell’uomo e l’otium.

Alcune preesistenze già occupavano l’isola.

Le  scuderie per i celebri cavalli purosangue gonzagheschi, diverranno la base di partenza per uno studio architettonico fatto di molti accorgimenti sul linguaggio espressivo che Giulio introduce negli alzati della fabbrica.

Interpretazione dell’atrium vitruviano, l’edificio del Te, reincarna le tre tipologie di casa antica del trattato attraverso una logica di paradosso.

E’ un palazzo per la sua vicinanza alla città pur trovandosi all’esterno, è una villa suburbana nel collocarsi al di fuori delle mura ma in sua prossimità ed, infine, è una domus nella sua struttura a corte chiusa ma con tre ingressi sul perimetro che la dilatano alla scala del città e la aprono al paesaggio.

Il corpo richiama anche lo schema del palazzo rinascimentale assottigliandosi però sensibilmente e distinguendosi per un solo piano fuori terra. Lo percepiamo così nella giusta misura della sua altezza controllata che collega la rappresentazione del potere alla dimensione dell’uomo.

Le qualità dell’architettura assumono le proporzioni del corpo da cui derivano le misure dell’armonia e dell’ordine. Il “bello”diventa “assolutamente bello” in questa fase del Cinquecento. Ma non per Giulio.

Per l’architetto, la forma è in parte organica e in parte discordante.

La dimensione, l’ordine e la proporzione acquisiscono forza autonoma dal ragionamento complessivo degli spazi. Un salto di scala dissonante e contrastante che enfatizza la complessità di questa architettura mascherandola sapientemente tra scherzo e poetica, fascino e tragedia. La varietas, descritta da Alberti e ripresa da Manfredo Tafuri, risulta in grado di disarticolare la metrica degli alzati. Le facciate assorbono degli accorgimenti, dovuti in parte alle preesistenze storiche sopracitate e in parte alla disposizione degli interni e al collocamento dei camini, che amplificano la compiacenza per il ritmo spezzato.

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Aritmie architettoniche: alcuni accorgimenti spezzano il ritmo dei fronti

Si entra oggi dall’ingresso occidentale attraverso un vestibolo trionfale a tre navate.

Nella mente affiora l’immagine della Basilica di Massenzio mentre l’occhio inizia a percepire la lunghezza del palazzo attraversando un cono prospettico passante per il cortile interno e la loggia di Davide, spazio aperto di passaggio tra gli appartamenti signorili e il cortile d’onore.

Qui due vasche d’acqua riflettono il fronte est del Palazzo e invitano alla promenade che attraversa il giardino ed incontra l’esedra, elemento culminante della ripartizione di intervalli pieni e vuoti.

La tranquillità del cortile interno si contrappone alla chiara sequenza ritmica degli spazi interni della casa. Le camere, colme della decorazione più fastosa, si susseguono con cadenza regolare, scandite da alte aperture e illuminate con tono pacato e luce “calma” dal cortile.

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Lo spazio architettonico si distende attraverso i coni ottici prospettici  

Lo spazio è fluente, siamo dentro quando siamo fuori, siamo fuori quando siamo dentro.

L’aria si fa elemento del progetto, la nebbia opacizza i dettagli dei rilievi.

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Lo spazio fluente nell’architettura di Giulio Romano: il dentro si mescola al fuori e viceversa 

Lasciando la loggia delle Muse, un tempo originale ingresso alla casa, proseguiamo nell’unica Sala del Palazzo per dimensione, quella dei cavalli. Essa, luogo di ricevimento, è pausa controllata, fuorviante nella sua composta geometria aurea che ben si accorda con la inverosimile staticità delle figure equestri dei Gonzaga. La porta sulla sfondo lascia intravedere, in una piccola stanza, il Polifemo di Amore e Psiche, spaventoso nella sua dimensione e ironicamente sorretto dal camino centrale. Il gigantesco si accosta al lillipuziano, le due dimensioni, opposte, si esaltano a vicenda.

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Sala dei Cavalli 

Percepiamo ben due stanze prima, l’imminente frastuono visivo, che quasi si può sentire, dei Giganti che scuotono il mondo con la loro caduta, descritta nelle Metamorfosi di Ovidio.

In antitesi con la Loggia di Davide che rappresenta un momento di sosta sull’orizzonte della pianura e sull’esedra Seicentesca, la Camera dei Giganti è assente di ornamento strutturale ma piena di valore spaziale.

Essa è concepita come un insieme continuo dove il visitatore è introdotto, a sorpresa, in un vortice mitologico.

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Camera dei Giganti 

Da molto tempo incontro una sensazione insolita nelle mie frequenti visite al palazzo. Ogni volta, un’esperienza nuova invade la mia mente sorprendendomi con la sua forza persuasiva.

La luce, nel variare delle stagioni e del tempo, arricchisce le percezioni di questa architettura. Noi stessi con la nostra psiche alteriamo il modo con cui questi spazi ci arrivano. Leggendo Freud subito capiamo come l’uomo nervoso non renda possibile l’intercalarsi nella dimensione sensuale di Palazzo Te. Bellezza, profumo, musica, bocca, denti, pelle, muscoli si manifestano sottoforma di interpretazioni allegoriche decorative, evasioni e desideri figli dell’intimo ed appartato ritiro.

Il contrasto tra la solennità e lo scherzo, tra l’ordine e il disordine, tra calma e dramma costituiscono il risultato delle sperimentazioni di Giulio Romano sul fare architettura.

La genialità del disegno romano sta nella ricerca della soluzione, che sfocia nella trionfalità dell’invenzione. L’ornato è decorazione che riempie lo spazio e colma gli occhi, evadendo dalla banalità della soluzione simmetrica, alludendo alla rovina antica per le sue doti emozionali, in anticipo sulle tematiche preromantiche.

Ripenso attraverso il tempo, ad alcune esperienze recenti dell’architettura.

A Carlo Scarpa, ad esempio, per la sua ripresa dei modi e la sua condizione di artigiano e artista dell’architettura. Quella di Giulio Romano diviene così una licenza ordinata alla sregolatezza che, illudendoci, ci convince di una falsa simmetria trasportandoci in un mondo tragicamente, quanto incredibilmente, armonico.

 

 

Marco Malacarne

 

L’immagine di copertina è a cura di Marco Malacarne

La fotografia è a cura di Francesco Nicolini

 

 

BIBLIOGRAFIA

– E. H. Gombrich et al., Giulio Romano: saggi, Milano, Electa, 1989

– AA.VV., Giulio Romano, Electa, Milano 1989

– A. Belluzzi, Palazzo Te a Mantova, Franco Cosimo Panini, Modena 1998

– G. Vasari , Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Ediz. integrale Newton Compton Editori – ristampa 2009, Roma

– B. Adorni, Giulio Romano architetto: gli anni mantovani, Silvana Editoriale, Milano, 2012

– F. Dal Co, Il corpo e il disegno. I modi di Giulio Romano e i modi di Carlo Scarpa e Alvaro Siza, in «Casabella», n. 856, dicembre p. 3-5, 2015

– L. Benevolo, Storia dell’architettura del rinascimento, Laterza, Roma-Bari,  2008

 

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