Home  /  Anonimo del XXI secolo   /  La casa nel paesaggio della famiglia Albergati: il cuore della città nella villa che diventa palazzo

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A Zola Predosa, appena fuori da Bologna ma già in mezzo alla campagna, si intravede in lontananza, svoltando a sud ad un certo punto della via Emilia, un imponente blocco di mattoni che schiaccia a terra un sottile basamento. Sopra il filo del coronamento emerge, al centro del fronte, un cubo pieno e assoluto che tiene testa alla scala del paesaggio e porta dentro l’architettura la geometria della pianura e le assialità di suddivisione dei poderi.

Chi è il protagonista di questa sfida? Cosa nasconde questa composizione di volumi chiusi in se stessi?

01 Albergati -  viste diurne esterne + aeree (1)

Bisogna farsi raccontare il complicato e fastoso cerimoniale che onorava la nobiltà della Bologna governata a distanza dal Papa per avvicinarsi almeno alle ragioni di questa straordinaria invenzione architettonica.

Nella seconda città del potere temporale romano le famiglie che componevano il Senato avevano a rotazione l’onore e l’onere di esprimere il Confaloniere, seconda carica della città dopo il Legato pontificio ed affidatario del diritto/dovere di ospitalità istituzionale per le corti di passaggio e gli incontri ufficiali. Verso la fine del Seicento, in vista di una di queste occasioni temporanee di elevazione in ruolo, la famiglia Albergati immagina e rapidamente costruisce uno dei più straordinari edifici di rappresentanza e di narrazione di una città. Una sineddoche architettonica che interpreta Bologna in un singolo edificio, con un processo di immedesimazione e esaltazione che avrebbe, di certo, molto intrigato Aldo Rossi se l’avesse conosciuta. La parte per il tutto viene immaginata e realizzata in una sovrapposizione di significati e di rapporti precisamente definiti ed in un’intenzionale progetto di rimandi continui.

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Oltre alla città l’immagine della famiglia è il soggetto di questa narrazione costruita. Così la residenza di via Saragozza si sposta in campagna. La villa diviene, allora, palazzo nobiliare, trasfigurando i modelli delle residenze farnesiane di Piacenza e Caprarola del secolo precedente, Regge ducali costruite su cittadelle militari, in una sintesi volumetrica introversa che si pone in un rapporto diretto col paesaggio della campagna, di certo letto dagli occhi allenati alla scenografia teatrale della sperimentazione bolognese e dei Bibbiena.
Il palazzo, a sua volta, prende forma come corpo costruito intorno ad un cuore urbano che reinventa la corte centrale in una piazza coperta da utilizzare come luogo di festa e ricevimento. Il fuori scala di questo volume netto ed isolato, disposto nel paesaggio padano come riferimento territoriale, il tema del palazzo nobiliare trapiantato nella pianura coltivata, l’esterno collettivo della città reinventato come grande vuoto interno della villa sono alcuni paradossi di questo gioco esaltato di stupore, salti di scala inaspettati, paradossi che rovesciano le logiche tipologiche e percettive della realtà, per inseguire le ambizioni di una famiglia ed il suo disegno egemonico.
La distanza tra la perfezione e l’accuratezza dei dettagli degli interni e la nudità dei paramenti murari degli esterni irrisolti testimonia, ancora oggi, la sfida impossibile e visionaria di questa strategia incompiuta. Tutto questo esalta ancora di più, ai nostri occhi contemporanei, la forza inattesa di questa città racchiusa con i suoi portici e i suoi spazi pubblici all’interno di una casa ridotta a baluardo nel paesaggio. Non a caso, sul percorso rettilineo tra la via Emilia e l’edificio, una lunga rampa carrabile si doveva distaccate dalla strada bianca per portare le carrozze direttamente al livello del salone, sospeso alla quota delle terrazze poste sopra ai bastioni angolari.

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All’interno la sorpresa diviene straniamento. La percezione consueta del mondo viene rovesciata.
La luce entra nella piazza coperta dai due lati opposti attraversati dagli assi di simmetria del palazzo che si proiettano sulla campagna. Ribaltando le logiche naturali essa attraversa alla rovescia i tre livelli dei fronti urbani che definiscono gli affacci interni della sala delle feste. I palazzi della città sono in controluce, il rito della rappresentanza è al centro della scena.
Forzando lo sguardo oltre i riflessi del sole si intuisce, in lontananza, l’orizzonte ordinato della pianura come àncora alla realtà della geografia e dell’identità economica del paesaggio bolognese.

 

Per info visita il sito Palazzo Albergati.

 

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