Home  /  Architales   /  Giancarlo De Carlo a Bologna. Una casa per giocare come piccola città nel bosco

La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione. Giancarlo De Carlo, 2013.

È il 1962 quando Marcello Ceccarelli, astrofisico bolognese di livello internazionale, affida all’amico suo e del fratello urbanista Paolo, il progetto per la propria abitazione.

Per Giancarlo De Carlo è l’occasione di sperimentare i principi di un modo condiviso di fare architettura con un committente singolare: un amico colto con cui attivare un continuo scambio di pareri sul progetto dell’abitazione. L’architettura della partecipazione aveva rappresentato, fino ad allora, un metodo progettuale riservato a interventi alla grande scala dove il confronto con l’architetto era di natura collettiva e assembleare.

Ora, a Bologna, è l’astrofisico (con la propria famiglia) l’interlocutore diretto con cui progettare la casa a quattro mani.

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La villa è pensata per un nucleo famigliare di quattro persone, marito e moglie con i due figli. La loro età influenza radicalmente l’idea progettuale. Il progetto sviluppa l’idea di una casa per giocare, nella quale i bambini abbiano lo spazio per vivere serenamente la propria età nel rapporto con la natura. La casa, infatti, sorge a ridosso della città consolidata, in un contesto lasciato inedificato e salvaguardato da Giuseppe Campos Venuti, Assessore all’Urbanistica di quegli anni, sulla primissima collina di Bologna.

In una recente conferenza a Parma, uno dei bambini di allora, Francesco Ceccarelli, ha sottolineato l’attenzione particolare dei genitori per il tema e ricordato le molte occasioni di condivisione del progetto con l’architetto e tutta la famiglia.

Sarà allora questa intenzione a spingere l’architetto a ricercare la dimensione complessa di una piccola casa-città, così da permettere ai figli di Marcello Ceccarelli di giocare in prossimità della propria abitazione, come se fossero per le strade di Bologna, pur vivendo ai limiti dei boschi.

Da questo punto di vista la villa è molto complessa.

È situata su di un terreno scosceso e si sviluppa su tre livelli (due piani effettivi e una parte di copertura adibita a belvedere), con numerose stanze addensate intorno alle risalite in una maniera che sembra casuale. Tra le loro mura trovano spazio la cucina, il soggiorno, il pranzo, le camere da letto, i servizi, ma anche zone studio per l’attività di ricerca del padre professore e per i compiti dei figli.

Ogni componente della famiglia ha il proprio spazio riservato, che comunica con un corpo distributivo orizzontale, servito dal nucleo di risalita verticale.

La villa è un organismo vivo quasi in movimento, che contiene, al proprio interno, tanti microrganismi: in nessun piano vi è un grande spazio di distribuzione comunicante con le altre stanze della casa, ma vi sono un insieme tanti ambienti, con una precisa funzione domestica di “attraversare continuo”, gli uni di fianco agli altri.

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Le scale sono protagoniste dell’edificio: anche a causa dell’andamento del terreno, De Carlo si vede costretto a sviluppare gli ambienti interni a quote differenti. Dal primo pianerottolo si accede solo ad alcune stanze mentre per accedere all’altro lato della casa è necessario salire un’altra rampa di scale, e così via, fino alla terrazza.

Questa capacità di sviluppare l’abitazione su più livelli attraverso gli ambienti sembra collegabile alla passione antica che De Carlo ha per la città e la sua morfologia spontanea. Anche il sistema delle aperture segue la stessa logica di condivisione. In questo senso si comprendono quelle che permettono ai genitori di guardare i figli giocare nel grande giardino, ed ai bambini di seguirne la presenza in casa. Le stesse aperture sono differenti anche a seconda che ci si trovi a monte o a valle del declivio: la vista, nelle giornate di sole, sul centro storico di Bologna è elemento progettuale delle finestre e delle logge. La terrazza all’ultimo piano che interrompe la copertura a falde, come nesso con la tradizione costruttiva rurale emiliana, permette, infatti, una vista panoramica sui colli e la città storica. Città e natura si combinano continuamente nelle forme della casa e nel sistema dei rimandi logici e visivi attraverso gli sguardi sul paesaggio ed il rapporto diretto col bosco.

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La casa è pensata per essere un organismo unico con la natura che la accoglie: il verde che l’architetto decide di collocare sulle logge è il prolungamento della vegetazione che accarezza i muri dell’abitazione. È studiato come se fosse, anch’esso, un materiale da costruzione al pari dei mattoni.

Intende aderire all’identità di chi la usa, e non di chi l’ha progettata. Con tutti i suoi ambienti “sparsi in maniera ordinata” all’interno del grande addensamento distributivo è un richiamo al disordine scientifico del mondo della fisica, amata dal committente, e un manifesto di quegli ideali di libertà e anarchia che lo accomunavano al progettista, rendendoli amici.

È anche, però, una sorta di caos calmo, immagine del gioco spensierato e senza regole apparenti, dei bambini.

 

 

Francesco Mussini

La rielaborazione delle immagini è a cura di Francesco Mussini.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Brunetti e F. Gesi, Giancarlo De Carlo, Alinea, Firenze 1981

Rossi, Giancarlo De Carlo. Architetture, Arnaldo Mondadori Editore, Milano 1988

Giancarlo De Carlo. Immagini e frammenti, a cura di A. Mioni e E.C. Occhialini, Electa, Milano 1995

Buncuga, Conversazioni con Giancarlo De Carlo. Architettura e libertà, Eleuthera Editore, Milano 2000

Giancarlo De Carlo – Inventario analitico dell’archivio, a cura di F. Samassa, Il Poligrafo, Padova 2004.

Giancarlo De Carlo. Le ragioni dell’architettura, a cura di M. Guccione, A. Vittorini, Electa OperaDARC, Milano 2005.

Giancarlo de Carlo. L’architettura della partecipazione, Quodlibet Abitare, Macerata 2013

 

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