Home  /  Architales   /  dO BEMOLLE. Gli accordi veneziani di Ignazio Gardella

Ambientare significa rendere familiare, evitare la sorpresa, fare si che sorgendo l’edificio in quel luogo e in quelle forme, si abbia non tanto la sensazione quanto il sentimento che li sia stato da prima o che qualcosa l’abbia preceduto.

G.C.Argan,1959

Le parole di Argan su Gardella descrivono un atteggiamento progettuale che si dimostrerà praticabile anche a venezia.

Negli anni dei progetti mancati di Wright e Le Corbusier, la sua architettura rappresenta l’esito realizzato di una ricucitura possibile tra modernità e tradizione.

Passeggiamo, come dentro ad un dipinto del Canaletto a ritmo di briccole, alberi e cime. Il mare ci fiancheggia. Il sole ci accompagna e per tutto il tragitto, i riflessi riscaldano l’atmosfera donandole quella tonalità cromatica luminosa che rende unica la città.

Raggiungiamo, all’incrocio con Calle dello Zucchero, l’architettura di Ignazio Gardella, alta sul mare, saldamente appoggiata alle fondamenta e  agganciata alla Chiesa dello Spirito Santo.

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Mi chiedo, è possibile progettare a Venezia senza riprendere il gusto per l’ornamento e per il dettaglio?

Interpretazione sensibile sull’equilibrio del linguaggio architettonico, la casa riprende sottotono i caratteri figurativi, il disordino controllato delle aperture e le pause della città storica, ricomponendole in una sorta di maschera tragica del teatro di prosa dell’antica Grecia in cui attori e scena si estraniano dalla realtà.

L’architetto opera nella delicata riscrittura della lirica veneziana al limite del rischio allusivo.

Proprio in quegli anni, Ernesto Nathan Rogers sottolineerà i tratti dell’operato di Gardella a Venezia descrivendo il linguaggio qui espresso dall’architetto.

È un esempio limite di gusto e maestria, per inserirsi nelle preesistenze ambientali senza contrasti. Filtra però in quest’opera una eco delle forme tradizionali di Venezia. Il limite è che oggi un linguaggio comune, nel senso anche dei simboli, è solo possibile con un atto di cultura mediata e non può derivare, come nel passato, dall’adesione intima ad un costume vivo

E.N.Rogers,1958

Milanese di nascita, ma proveniente da famiglia dell’alta borghesia genovese, professionisti da quattro generazioni, Gardella si iscrive alla Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano nel ’24, in contestazione con l’insegnamento dell’architettura di allora.

Laureatosi nel 1931, si inserisce con un chiaro approccio progettuale nello studio professionale di famiglia con cui ottiene i primi riconoscimenti a livello nazionale.

Nel 1949 Gardella inizia la sua attività come docente universitario grazie all’invito ricevuto da Giuseppe Samonà per le sue qualità di professionista. Non a caso Aldo Rossi lo definirà uno tra i pochissimi ad insegnare il mestiere dell’architetto. Da allora, la sua presenza a Venezia attiverà con la città un rapporto speciale.

Casa alle Zattere, o meglio le due versioni progettuali rappresentano un punto molto importante nell’opera di Gardella. Essa assume il significato simbolico di un paesaggio della cultura moderna italiana, verso se non oltre le preesistenze ambientali.

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Il progetto alle Zattere ha origine nel 1954, su commissione della Società Immobiliare Spirito Santo. Le prime rielaborazioni vedono emergere un progetto dal carattere forte e radicale, ma sensibile agli allineamenti e alle giacitura delle preesistenze vicine.

La prima ipotesi di progetto è dichiaratamente di intento moderno, in linea con le architetture milanesi fino ad ora progettate da Gardella come la Casa Tognella al Parco Sempione (1947-1948).

Il carattere specificatamente veneziano è individuabile nei ritmi, nelle cadenze, negli equilibri, nelle scansioni tra pieni e vuoti, nel rapporto che le bucature attuano con le preesistenze. Come un segreto da svelare l’interpretazione della prima ipotesi progettuale porta con se i caratteri della città storica.

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Le invarianti degli allineamenti

Ne esce l’immediatezza di un’architettura espressa con razionalità e metodo, sensibile al paesaggio, allineata nei piani orizzontali alle lesene della chiesa dello Spirito Santo e discostata nel lato ovest per liberare lo spigolo dalla Chiesa e segnalare, con un arretramento in ombra, l’attestarsi della casa.

Il fronte quadrato, viene cosi suddiviso in fasce parallele: l’attacco a terra è lievemente arretrato in continuità col vicino basamento della Chiesa. La parte centrale suddivisa in tre porzioni collima in altezza il timpano della chiesa, ballatoi e finestre si muovono e si alternano nello spazio dialogando con l’imprevedibilità della città lagunare.

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Affaccio sulle fondamenta e complanarità di piani: l’arretramento delle logge dell’attico e dell’attacco alla chiesa

Il volume termina idealmente al filo di imposta dei due piani attici.

Il corpo, si smaterializza in un forte arretramento degli ultimi livelli che portano con se il sentimento di protezione e di intimità propri della casa proiettandolo sul paesaggio della laguna.

La copertura disegna una linea essenziale che rimanda ad un piano concettualmente infinito come limite alla composta geometria del fronte annullandone la pienezza.

Negli anni successivi il progetto assume connotati diversi.

L’ultima versione rivede tutta la ritmica.

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Dalla dialettica tra pieni e vuoti al valore ornamentale del dettaglio

Ornamento, materia e colore sono i nuovi strumenti che si accordano all’interno di una immagine di città che viene accolta e rappresentata.

La ricerca, volge qui all’individuazione di una soluzione integrata nella continuità con la storia della città.

L’edificio mantiene sul lato ovest, un distacco dalla facciata della chiesa attraverso l’arretramento di una fascia verticale di collegamento.

Il basamento in pietra accompagna i passanti all’ingresso delle residenze, il corpo si alza possente, in contrasto cromatico con la Chiesa dello Spirito Santo, reinterpretando la pluralità delle aperture proprie delle case-fontego veneziane e sempre in relazione con gli allineamenti fondamentali delle preesistenze. Il fronte assume una duplice inclinazione dovuta al raccordo con la giacitura dei due edifici vicini individuando così uno spigolo verticale. Le aperture fortemente allungate vengono ridimensionate e regolarizzate con sensibili spostamenti che non sbilanciano la composizione.  Il sistema dei balconi assume un carattere ornamentale, tingendosi di bianco e complicandosi nei dettagli. La balaustra superiore diviene il coronamento decorato all’edificio. L’attico è arretrato, quasi nascosto, come a negarne l’esistenza.

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Il sistema delle bucature nell’insieme variato di finestre e balconi

L’architettura costituisce ed integra il tessuto storico della città, in continuità col tempo malgrado le sue irrimediabili diversità.

Venezia, città pittorica, si “fa” di trame segrete e atmosfere sensibili.

La città vive nell’architettura di Gardella un equilibrio instabile ma pacificato, come una successione di note composte a fissare l’atmosfera di una Serenissima immaginata che non c’è più.

O che non è mai stata cosi reale.

Marco Malacarne

La rielaborazione delle immagini è a cura di Marco Malacarne.

 

BIBLIOGRAFIA

  • N. Rogers, Esperienza d’architettura, Einaudi, Torino 1958
  • Alberto Samonà, Ignazio Gardella e il professionismo italiano, Roma, Officina, 1981
  • Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944-1985, Einaudi Torino 1982
  • VV., L’architettura di Ignazio Gardella, a cura di Marco Porta, Milano, Etas libri, 1985
  • VV., Ignazio Gardella. Architetture, Simona Riva (a cura di), Electa, Milano 1998
  • Guido Canella, Ignazio Gardella: le figure e le città, Politecnico di Milano, 1999
  • Paolo Zermani, Ignazio Gardella, Roma-Bari, Laterza, 1991.
  • Stefano Guidarini, Ignazio Gardella nell’architettura italiana. Opere 1929-1999, Milano, Skira, 2002.
  • Antonio Monestiroli, Ignazio Gardella, Electa, 2009.

 

 

 

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