Home  /  Anonimo del XXI secolo   /  Attualità di Pompei. Scendere, sotto lo spessore della cenere, nella villa dei misteri

Nei giorni dell’emergenza ambientale e dello smog che copre le città italiane, avvicinarsi a Pompei vuol dire, anche a Napoli, muoversi sotto una coltre di nebbia spessa e sospesa che lascia intravedere qualcosa solo sull’orizzonte più basso.

In alto una fascia biancastra continua esclude dalla vista il Vesuvio creando una strana condizione di inquietudine in cui si combinano un sentimento di mancanza e la sua presenza immanente. Il vulcano è nascosto e invisibile ma la sua presenza sembra sentirsi molto di più nella condizione opprimente di questa cappa di polveri sottili che ci sovrasta e che incombe.

Come oggi nessuno immaginava che tutto potesse finire.

Impressiona sentire che, fino ad i giorni prima dell’eruzione finale, le città delle pendici conoscevano il Vesuvio come monte buono e vivevano dell’agricoltura che cresceva nella sua campagna nera.

Nulla di quanto successe era atteso. In tre giorni la città viene coperta di cenere e fango. La sua comunità dispersa.

Solo alcune parti ricordano questa condizione di città nascosta come le massicciate recenti in tufo che segnano il termine provvisorio degli scavi nei quartieri ancora intoccati.

Entrare in Pompei oggi non significa, quindi, immergersi in una città sepolta. Vuol dire, piuttosto, visitare un grande sito archeologico dalla straordinaria vastità e completezza, capace di raccontare come nessun altro la città romana con la sua struttura morfologica e con i suoi spazi di vita. Le strade che collegano le porte sono linee di attestamento di una stratificazione alternata senza distinzione apparente tra opifici, laboratori, case, ambienti per la ristorazione, negozi ed edifici specialistici come le terme. La città mediterranea si articola, come sempre, in un susseguirsi regolare ma sempre differente di sistemi edilizi capaci di aprire a mondi diversi.

Tutto appena affiora sulle vie. Gli stretti ingressi alle case, sviluppate all’interno su patii e su cortili, si alternano alle più estese superfici di vendita delle botteghe ancora segnate a terra da solchi nella pietra in cui scorrevano i serramenti di chiusura.

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Siza ad Evora ci ha da poco dimostrato quanto è ancora possibile costruire città come queste, sulla dialettica tra tempo e vita e sul rapporto anonimo e fecondo tra tipologia edilizia, morfologia urbana e topologia geografica.  Così la flessibilità come simulazione consapevole della sedimentazione del tempo e la libertà di modificazione di chi abita sono ancora capaci di articolare con spontaneità la figura del paesaggio urbano come un insieme di architetture, mentre il loro adeguarsi al terreno introduce, anche oggi, occasioni intelligenti di interpretazione del luogo come tema di progetto e apre a opportunità continue di unicità e differenziazione.

Con la sua naturalezza costruita, la città bloccata  al 79 dopo Cristo ha un grado di necessità disarmante, a partire dall’assetto insediativo fatto di addizioni, integrazioni, sostituzioni.

Adagiata sulle pendici meridionali del Vesuvio la città si distende sulle assialità inclinate dei quartieri esposti al sole in una forma dolcemente ellittica. Dentro le mura i vari nuclei tipologici interpretano le pendenze e gli andamenti del suolo incrociando le direzioni delle porte:  il sistema del foro centrale si sposta verso il mediterraneo prima della grande discesa di porta marina, il nucleo originario con il tempio alto sul perimetro triangolare della collina viene ridisegnato dall’architettura per le gare di atletica e per raggiungere gli spalti del teatro per le atellane,  i grandi fatti urbani della palestra quadrangolare e del grande anfiteatro occupano la parte opposta della città in un ambito a lungo lasciato libero.

Non è così semplice trovare in questi luoghi la memoria evidente della tragedia se non nello spigolo opposto della città, oltre la porta per Ercolano, al termine della Via dei Sepolcri.

Da li alcuni gradini ed una lunga rampa in pendenza porta il percorso alla quota superiore dei campi oggi coltivati e degli alberi di mandarini.

Da questo livello si comprende appieno il senso tragico della sepoltura.

Sul fondo, sotto di noi, si intravede la villa dei misteri attraverso una doppia rampa contenuta tra massicciate in tufo, parapetti in castagno e macchia mediterranea.

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Discendere lo scavo vuol dire immergersi fisicamente nello spessore della cenere, calarsi lentamente al piano della vita di allora.

La villa suburbana, allora affacciata sul mare grazie ad un terrazzamento architettonico che ne regolarizza l’appoggio, contiene il più straordinario e noto ciclo pittorico di Pompei.

Le figure umane in scala quasi naturale si dispongono sopra un podio perimetrale dipinto e vengono sospese nello spazio da un fondo rosso intenso al di sotto di un fregio passante.

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L’affresco, che sembra descrivere un rito di iniziazione femminile ai misteri dionisiaci,  è una sequenza continua di corpi che si sviluppa sui tre lati della stanza.

Tutti si controllano con gli occhi o guardano al centro come sapendo di essere osservati. Dipinti come sculture, sono privi di ombre, isolati dall’intorno e quasi bloccati nella loro azione da un sentimento di ansia e di presagio.

allestimenti

Sembrano, a chi discende sotto lo spessore della cenere al primo secolo dopo Cristo, frames di vite rapite alla morte come le sagome ricreate dal vuoto dall’Ispettore degli Scavi Giuseppe Fiorelli alla fine dell’Ottocento  e magistralmente allestite oggi  da Francesco Venezia, sotto la quota dei piedi, nella piramide tronca appoggiata sul fondo dell’Anfiteatro.

 

Anonimo del XXI Secolo

allestimento singolo

 

 

 

 

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